Parte 1 - Capitolo 1 - Punto 1.3

Nel contesto di arrivo


1. Un difficile inserimento
Da Park (1928) a Sayad (1999), il migrante è stato rappresentato come colui che vive un processo di sradicamento sociale e culturale dal suo vecchio mondo e d'altra parte non può vivere fino in fondo un nuovo completo radicamento nel paese di arrivo. Il distanziamento fisico dal luogo di origine non impedisce che rimanga con esso un forte legame emotivo; quest'ultimo induce alla nostalgia tanto da amplificare nel migrante il senso di estraneità rispetto alla realtà in cui si inserisce.
Nel luogo di origine, inoltre, egli non lascia solo gli affetti, ma tutto il bagaglio di conoscenze e pratiche interiorizzate e adatte a vivere nel proprio paese, e che ora necessitano di una ricodificazione per essere riutilizzate. Infine le nuove regole, conoscenze e abitudini non sono facilmente acquisibili e tale difficoltà di apprendimento e inserimento porta a una condizione di marginalità ben esemplificata nel testo seguente.

 
 
2. Condizione del migrante nel contesto di arrivo (1)
a. si trova capovolto in un mondo per lui disordinato. Non ha gli stessi codici di comportamento e di valore di chi lo circonda; il terreno in cui si muove gli è estraneo; è in uno stato di costante imbarazzo non comprendendo immediatamente ciò che avviene;
b. è scisso perché appartiene affettivamente a un luogo e materialmente ad un altro;
c. è sovversivo, anche se inconsapevolmente, perché supera il confine dello Stato senza che la sua fedeltà al contesto nazionale sia automatica;
d.è paradossale: pur essendo un soggetto debole, per condizione economica e sociale, irrompe nel contesto, preoccupando o comunque suscitando interesse;
e. è denizen (termine coniato da giuristi e sociologi nei paesi scandinavi) cioè a metà tra il cittadino, con cui non condivide lo status giuridico, e lo straniero perché di fatto non lo è più, scegliendo di stabilirsi nel nuova realtà.
 
 
3. Lacerazione interiore
La figura di chi si trova sospeso tra due mondi, quello di origine e quello di arrivo, viene definita da Schutz come "ibrido culturale in bilico tra due diversi modelli di vita di gruppo, senza sapere a quale dei due appartenere" (2). Questo provoca un senso di precarietà e lacerazione interiore.
"Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine tra due mondi, conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare tra l'uno e l'altro per tutta la vita, avere due patrie e non averne nessuna, essere a casa dovunque e rimanere estraneo a tutti, in una parola, vivere crocefisso ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo" (3).
 
Chi si trova in queste condizioni è costretto ad intraprendere un percorso di trasformazione identitaria, senza sapere a quale esito potrà portare questo processo, come ammette questo giovane senegalese, migrato in Alto - Adige a 19 anni: "Amo il Senegal, amo il Sudtirolo e li vedo tutti e due nel mio futuro. Ma come? Ancora non posso saperlo. Un fatto è certo: le mie patrie sono due. Una mi ha cullato, l'altra mi ha fatto crescere" (4).
 
 
(1) - Jabbar A., Master Immigrazione 2001 - 2002, lezione del 15/09/01.
(2) - Schutz A., Saggi Sociologici, a cura di Alberto Izzo, UTET, Torino, 1979.
(3) - Andric I., Racconti di Bosnia, Newton, Roma, 1995
(4) - Gaudiuso M., Mamadou G., Dove metto le radici?, Sinnos, Roma, 1999.