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Chi giunge consapevolmente a ricomporre la propria identità,
rileggendo il bagaglio culturale del Paese d'origine alla luce della
volontà di integrazione nel presente, assume anche un ruolo tutt'altro
che marginale nella società, affermando con forza la sua soggettività
di attore sociale.
"Gli individui affermano bisogni di autonomia e di realizzazione
di sé, cercano un senso personale per la loro esistenza, vogliono
contare ed essere riconosciuti come soggetti. I conflitti sociali si
spostano verso terreni culturali che vanno al di là del semplice
scontro fra interessi economici e che investono l'etica e il senso della
vita: l'identità personale, l'uso del tempo e dello spazio, le
scelte affettive e riproduttive, la definizione della salute, il rapporto
tra scienza e natura" (1).
"Chi migra" riuscirà
quindi ad affermarsi ed agire liberamente nella società, quanto
più accetterà di mettere in gioco e ricostruire la propria
identità, e solo se "chi accoglie" lo riconoscerà
come soggetto e accetterà di compiere anche su di sé lo
stesso percorso di trasformazione identitaria.
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