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Parte 1 - Capitolo 3 - Punto 3.4 |
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E
tu che integrazione vuoi?
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2) Integrazione come utilità Lettura funzionalista-utilitarista: gli immigrati sono tanto più integrati quanto più costituiscono un ingranaggio necessario e benefico della macchina sociale ed economica |
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3) Integrazione come somiglianza Ottica assimilazionista: gli immigrati sono tanto più integrati quanto più condividono i valori e i modi di vita dei nazionali. Richiamiamo quindi a questo punto la definizione di integrazione che troviamo implicita nella L.40/98 ed esplicita nel Documento programmatico (2) D.P.R. 05/08/1998 dove per integrazione si intende: "un processo di non discriminazione e di inclusione delle differenze, quindi di contaminazione e di sperimentazione di nuove forme di rapporti e comportamenti, nel costante e quotidiano tentativo di tenere insieme principi universali e particolarismi. Essa dovrebbe quindi prevenire situazioni di emarginazione, frammentazione e ghettizzazione, che minacciano l'equilibrio e la coesione sociale, e affermare principi universali come il valore della vita umana, della dignità della persona, il riconoscimento della libertà femminile, la valorizzazione e la tutela dell'infanzia, sui quali non si possono concedere deroghe, neppure in nome del valore della differenza" |
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per arrivare alla individuazione dei caratteri dell'integrazione ragionevole. |
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Integrazione ragionevole: quattro tasselli e una strategia (3) |
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Interazione
come sicurezza
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Integrità
piena per i regolari
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Integrità
essenziale / diritti della persona per gli irregolari
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Interazione
come comunicazione e pluralismo
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Integrazione
indiretta
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Seguendo lo schema, e l'impostazione del rapporto, risultano chiari i due cardini sui quali si articola il concetto: 1. Integrazione come integrità della persona 2. Integrazione come interazione positiva L'integrazione ragionevole, formula peraltro riconfermata anche nel 2° Rapporto sull'integrazione degli Immigrati in Italia (2001), è quella forma di convivenza che si attua salvaguardando i diritti della persona e mantenendo contemporaneamente basso il livello del conflitto sociale. Enunciata così la formula sembra funzionare, e non ci poniamo qui in un'analisi approfondita di ciò che essa implicherebbe, sia a livello di indicazione teorica che di pratica quotidiana e amministrativa. |
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Rileviamo però almeno due punti poco chiari, l'uno chiave possibile di sviluppo del termine e del concetto stesso di integrazione e l'altro, contraddittorio, posto quasi ad ostacolo al primo: 1. Rapporto fra integrazione e interazione; 2. Rapporto fra presenza di migranti irregolari o "clandestini" e sicurezza sociale. Per quanto riguarda il primo punto ci sembra, effettivamente, che questa possa essere la strada per una reale convivenza ed inclusione sociale fra i nativi e i migranti. Come diremo più avanti, l'interazione, intesa come rapporto paritetico di scambio e di negoziazione, sembrerebbe essere la base di partenza per un qualsiasi tentativo di pratica di integrazione reale. Il nesso sembra quindi individuato tuttavia rimane un elemento enunciato ma non sviluppato nella trattazione, sul piano delle dinamiche reali. Così come rispetto alla necessità di un'interazione così intesa sembra non possa essere elusa la mancanza di godimento dei diritti di cittadinanza, e dei diritti politici in primis (per non dire poi dell'incertezza legislativa - vedi ad es. discrezionalità degli uffici pubblici nell'applicazione della normativa) che vanifica spesso anche i diritti sociali concessi dalla normativa stessa. Queste riflessioni ci portano direttamente al secondo punto, parlando di interazione, di scambio e di negoziazione si sottende, a nostro avviso, un rapporto fatto di reciprocità e di apertura per cui risulta ostico capire il nesso, nemmeno tanto sotteso, fra presenza di migranti irregolari, o clandestini, e necessità di ripristinare una sicurezza sociale perduta. A parte il necessario ragionamento sulla sicurezza perduta, ci sembra alquanto irreale questo rapporto. Al contrario, il raggiungimento di un'integrazione ragionevole pensiamo debba passare da un chiaro e concreto processo di decostruzione dell'ingiustificato allarme sociale. A questo proposito ci sembra utile rifarci alla legge di Thomas: "quando una situazione sociale è definita come reale, diventa reale nelle sue conseguenze" |
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(1) - La Commissione è istituita dalla L. 40/98 ed ha come finalità principale la predisposizione per il Governo del rapporto annuale sulla stato di attuazione delle politiche per l'integrazione degli immigrati (art. 46 T.U. 286/98 ) |
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| (2) - Il Documento programmatico è previsto dall'art. 3 della L.40/98. | |
| (3) - Schema tratto dal Primo rapporto sull'integrazione degli immigrati in Italia a cura di G. Zincone, 2000 | |
| (4) - M. Ambrosini, La fatica di integrarsi. Immigrati e lavoro in Italia, Il Mulino, Bologna, 2002 | |
| (5) - D. Lapeyronnie, Le regole del gioco. Diritti di cittadinanza e immigrazione straniera, L. mauri e G.A. Micheli (a cura di) Angeli, Milano 1992 | |