Parte 2 - Capitolo 4 - Punto 4.5

E tu dove sei?
 
La l.40/98, per quanto riguarda le politiche migratorie, demanda semplicemente alle Regioni ogni decisione relativa alla definizione delle priorità (e relative tipologie di attività), alle modalità organizzative e attuative (addirittura convivono interventi strutturali - es. ristrutturazione case di accoglienza - con progetti di integrazione), senza intervenire con un quadro organico di interventi che "tengano insieme" il sistema, consentendo di valutare e monitorare l'impatto complessivo e la circolarità delle esperienze.
 
Ciò comporta, inevitabilmente, una estrema variabilità locale della sua applicazione, oltre che una notevole confusione per quanto attiene i livelli di responsabilità (così che, ad esempio, enti locali microscopici possono concorrere al pari di metropoli o di province al finanziamento: nessun ambito di coordinamento, nessuna struttura di raccordo è invece prevista). Unico elemento di chiarezza, la titolarità dei progetti, che viene mantenuta in capo agli enti locali e ai soggetti iscritti al registro nazionale.
 
A maggior ragione, quindi, qualsiasi elaborazione di indicatori non potrà che essere realizzata su scala locale, e implicitamente (nella accezione di Ambrosini), rinforzare la possibilità di adottare modalità partecipative sia nella progettazione che nella attivazione di procedure di valutazione. (Distrazione o piuttosto scontro politico? La stessa preoccupazione si può riscontrare per quanto riguarda le tossicodipendenze, altro tema "caldo").
 
Manca, come dire, un linguaggio comune, un "senso di appartenenza" complessivo che, invece, è almeno in parte scattato sulla citata legge 285/97.