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Vedi un animaletto, mettiamo un macroinvertebrato, e non sai qual
è? Se ha le zampe prendi una strada, se non ne ha ne prendi un'altra.
Poniamo che abbia le zampe, vai al passaggio successivo: se ne ha sei
è un insetto, e prendi una via di classificazione, se ne ha otto
è un aracnide. E così via, fino ad arrivare ai colori
della corazza e ai dettagli più precisi e ad individuare il nome
del personaggio (che probabilmente nel frattempo è già
finito infilzato con uno spillo, oppure fermato in una soluzione alcolica).
In questo modo si arriva addirittura, contando quanti e quali animaletti
sono presenti, a definire l'IBE, o Indice Biotico Esteso, internazionalmente
riconosciuto come uno dei metodi per classificare la qualità
delle acque dei fiumi.
Nelle scienze
sociali no.
Intanto gli attori in gioco si muovono rapidamente, e nessuno, che ci
risulti, si sogna di spillarli per catalogarli con comodo.
E poi anche l'ambiente di riferimento cambia con una velocità
straordinaria: quadro normativo, dinamiche relazionali, paesaggi sociali:
scuola, lavoro, famiglie, linguaggi, e via di questo passo. Tutto sembra
fatto ad arte per impedire una classificazione precisa (e, forse, il
fascino delle scienze sociali sta tutto qui). Eppure, almeno per quella
parte che si occupa di studiare, valutare, classificare le politiche
sociali, ed in particolare quella nicchia ecologica che riguarda l'immigrazione,
qualche tentativo va fatto. Almeno per intendersi su alcuni presupposti
fondamentali, che abbiamo già iniziato ad esplorare sul piano
teorico - concettuale e che ora proveremo a tradurre in quella che abbiamo
chiamato la lista degli ingredienti.
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