1.
Immigrazione come fatto sociale totale
L'aumento delle migrazioni
è inevitabile in un'economia che va integrandosi su scala mondiale.
(Harris, 2000)
Le migrazioni non sono solo un problema di emergenza e di ordine pubblico,
ma parte integrante della società in rapida trasformazione.
"L'Europa nasce dalle migrazioni e dalle ibridazioni che ne sono derivate
ed è mia convinzione che queste, nel passato come probabilmente nel
futuro, siano caratteristica essenziale dell'Europa e della sua civiltà
(
). La Roma medievale poteva essere la capitale della nuova Europa
meticcia. La corte di Carlo Magno ha prefigurato un'Europa meticcia degli
intellettuali (
). La storia lo conferma: non è la purezza,
è l'impurezza razziale (se tale parola ha un senso) a essere feconda".
(Le Goff, 2000)
Le migrazioni devono essere analizzate come fenomeno sociale globale, che
investe tutti gli ambiti della vita sociale e individuale, e coinvolge a
fondo e su tutti i piani tanto gli emigranti e le società di partenza,
quanto le società di arrivo, non lasciando nulla al posto in cui
era prima.
(Basso, Perocco, 2000) |
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2.
I fenomeni migratori come costruzione sociale
Per la lettura dei processi migratori è necessario utilizzare
uno schema teorico, basato sull'interazione fra tre livelli di costruzione
sociale dei processi migratori: livello macro, in cui si può collocare
l'influenza dei fattori politico-istituzionali e macro-economici; un livello
intermedio, in cui agiscono le reti etniche, nonché le reti e agenzie
sociali autoctone; un livello micro, in cui si situano decisioni e comportamenti
individuali e familiari.
I rapporti tra i tre livelli vanno intesi in modo fluido e dinamico, secondo
un'ottica interattiva. |
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Uno schema per l'analisi dei processi migratori (Ambrosini, 1999)
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Dimensioni
formali
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Dimensioni
informali
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Livello
macro
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>
leggi sull'immigrazione: sistemi delle quote, disposizioni per l'accoglienza
rifugiati, ecc.
> accordi formali tra stati per i movimenti dei
lavoratori
> disposizioni relative all'accesso alla cittadinanza
> diritti e politiche sociali per gli immigrati
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>
impatto dei differenziali di reddito tra paesi di origine e di approdo
> domanda
non esplicita di lavoro immigrato
> permeabilità
di fatto di alcune frontiere
> influenza
della comunicazione di massa
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Livello
intermedio
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>
norme sui ricongiungimenti familiari
> forme di sponsorship
> formazione di minoranze organizzate e dotate di
istituzioni riconosciute
> servizi formali per gli immigrati
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>
formazione di reti informali di mutuo aiuto
> specializzazioni
etniche
> catene
migratorie
> istituzioni
facilitatrici
> reti
di sostegno autoctone |
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Livello
micro
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>
attivazione di procedure legali per l'emigrazione
> rimesse inviate mediante canali istituzionali
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>
decisioni (individuali e familiari) di emigrazione
> rimesse
inviate attraverso canali informali
> attivazione
di meccanismi di richiamo
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3.
Logica meticcia
La ragione etnologica
La visione dell'umanità come costituita da etnie isolate è
il risultato di una serie di operazioni intellettuali. Amselle ha definito
con il termine "ragione etnologica" questo lavoro sistematico
di costruzione di oggetti come le società, le culture e le etnie,
prodotto da una prospettiva "discontinuista". |
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La
prospettiva discontinuista e il relativismo culturale
Gli antropologi hanno selezionato dati e prodotto tipologie atte a
rendere conto della differenza socioculturale nei gruppi sociali, ma, secondo
l'autore, hanno creato diversità dove esistono solo delle continuità
e delle sfumature. Questa "ragione etnologica" viene individuata
come la responsabile delle grandi dicotomie che la riflessione antropologica
occidentale ha postulato tra "noi" e gli "altri". Soprattutto
ha finito per costruire uno strumento di dominio, consentendo di controllare
scientificamente l'"altro" e,al contempo, di dominarlo politicamente.
Prendiamo ad esempio il caso del razzismo. Questo imputa la diversità
culturale ad un elemento naturale, connotando la differenza in maniera negativa
e rinviandola ad un elemento generico-razziale ritenuto indicativo di inferiorità.
Se il razzismo classico proponeva una visione dell'umanità a comparti
gerarchizzati chiamati "razze", la sua riedizione moderna si alimenta
di un relativismo culturale estremo, che fa delle culture umane degli universi
assolutamente distinti e incomunicanti.
(Fabietti, 1995)
Questo nuovo razzismo, chiamato "razzismo differenzialista" da
Taguieff e altri, oppure indicato con l'espressione "differenzialismo
culturale" da Gallisot (1), sottolinea
ed enfatizza la differenza fra culture e quindi l'incomunicabilità
tra quest'ultime.
Il discorso differenzialista è entrato nel dibattito politico, nel
linguaggio dei mass media, nel linguaggio degli intellettuali (2)
e persino nell'ambito educativo (3).
Le nozioni di società, cultura, etnia e quelle ad esse correlate
sono costrutti culturali, mediante i quali un gruppo produce una definizione
del sé e/o dell'altro collettivi; essi sono quindi prodotto di circostanze
storiche, sociali e politiche determinate, ma per quanto si sia portati
a considerare la storia dell'umanità come fatta di distanze temporali
e spaziali incolmabili, le culture e le società umane sono in realtà
interconnesse. |
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La
logica meticcia
È importante ribaltare questa
prospettiva e decostruire le nozioni di etnia, società e cultura,
attraverso una critica epistemologica. In questo senso Amselle propone di
sostituire alla ragione etnologica, una "logica meticcia": una
prospettiva che non faccia della distinzione il punto di partenza della
riflessione sulla differenza, ma operi attraverso una decostruzione e ricostruzione
critica degli oggetti di riflessione, attingendo al relativismo culturale
come sfondo del discorso antropologico
(Fabietti, 1995 e Amselle, 1990; De Martino, 1977; E. Gellner, 1985) |
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4.
Cultura e identità come processo
Tutte le società sono
dinamiche in un duplice senso: "dinamiche del di dentro", intendendo
con questo termine tutti i cambiamenti intrinseci, e "dinamiche del
di fuori", quelle influenze prodotte dalla presenza di altre culture.
Inoltre la definizione stessa di una "cultura X" e' il risultato
di un rapporto di forza, in cui il gruppo dominante ha il potere di assegnare
agli altri il proprio posto nel sistema complessivo da lui controllato.
Spesso ci si riferisce al concetto di identità come a una struttura
con cui gli individui o i gruppi si identificano; in realtà si tratta
di un processo attraverso cui soggetti e collettività cercano di
volta in volta di definirsi. (Melucci, 2000; Balandier, 1971; Amselle, 1999;
Fabietti, 1995) |
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5.
Reciprocità
La funzione specchio
Sayad parla di "funzione
specchio" dell'immigrazione, cioè "dell'occasione privilegiata
che essa costituisce per rendere palese ciò che é latente
nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare
ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse
a ignorare e lasciare in uno stato di "innocenza" o ignoranza
sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l'effetto specchio) ciò
che abitualmente è nascosto nell'inconscio sociale ed è perciò
votato a rimanere nell'ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale".
(Sayad, 1996) |
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Uno
sforzo reciproco
"Quando uno straniero
giunge in un determinato ambito, produce al suo interno un processo di disorganizzazione
non solo culturale ma anche spaziale. Questa intrusione determina una collisione
tra spazi differenti che costringe chi vive l'esperienza della migrazione
(colui che migra da una parte, l'autoctono dall'altra) a impegnarsi nella
riorganizzazione e rimisurazione dei rispettivi ambiti, e nella ridefinizione
dei propri limiti rispetto all'altro. L'uno cercherà di trovare "il
proprio posto" all'interno della nuova comunità, tentando di
marcarlo con i propri elementi, l'altro proverà a difendere quello
che ritiene essere un proprio possesso, quasi sempre rinforzando i propri
confini".
Quando si indagano i processi di interazione, non bisogna dimenticare che
"non è solo il migrante ad avere necessità di una soglia
di transizione; anche chi lo riceve ha bisogno di tempo per trovare
quello spazio potenziale dove provare a rendere possibile l'incontro
con l'altro".
(Zanini, Significati del confine, Mondadori, Milano, 1997, p.70 e p.72-73) |
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(1)
- Gallisot, "Il Pluralismo culturale in Europa: Identità nazionali
e identità europea. Dall'intellettuale "meticcio" al mètissage
culturale di massa", in Gallisot, Rivera (a cura di), Pluralismo culturale
in Europa, Dedalo, Bari, 1995, p. 22
(2) - Campioni, Faso "L'intolleranza dei colti", in Pugliese
(a cura di), Razzisti e solidali. L'immigrazione e le radici sociali dell'intolleranza,
Ediesse, Roma, 1993, pp. 114 - 137
(3) - "Molta parte dei lavori (ricerche, conferenza, dibattiti)
e delle sperimentazioni didattiche sul tema dell'interculturalità
insistono sulle differenze culturali e sulla necessità della loro
valorizzazione, il nome del "diritto alla differenza" e del "rispetto
dell'altro"". (Silva, "Differenze culturali come "invenzioni"
nelle odierne società europee", in La Critica Sociologica, n.
124, Inverno 1997 - 1998, p. 3). |
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