Introduzione - C
Cinque parole - chiave
 
1. Immigrazione come fatto sociale totale
2. I fenomeni migratori come costruzione sociale
3. Logica meticcia - oltre il relativismo culturale
> La ragione etnologica
> La prospettiva discontinuista e il relativismo culturale
> La logica meticcia
4. Cultura e identità come processo
5. Reciprocità
> La funzione specchio
> Uno sforzo reciproco
 
1. Immigrazione come fatto sociale totale
L'aumento delle migrazioni è inevitabile in un'economia che va integrandosi su scala mondiale.
(Harris, 2000)

Le migrazioni non sono solo un problema di emergenza e di ordine pubblico, ma parte integrante della società in rapida trasformazione.
"L'Europa nasce dalle migrazioni e dalle ibridazioni che ne sono derivate ed è mia convinzione che queste, nel passato come probabilmente nel futuro, siano caratteristica essenziale dell'Europa e della sua civiltà (…). La Roma medievale poteva essere la capitale della nuova Europa meticcia. La corte di Carlo Magno ha prefigurato un'Europa meticcia degli intellettuali (…). La storia lo conferma: non è la purezza, è l'impurezza razziale (se tale parola ha un senso) a essere feconda". (Le Goff, 2000)

Le migrazioni devono essere analizzate come fenomeno sociale globale, che investe tutti gli ambiti della vita sociale e individuale, e coinvolge a fondo e su tutti i piani tanto gli emigranti e le società di partenza, quanto le società di arrivo, non lasciando nulla al posto in cui era prima.
(Basso, Perocco, 2000)
 
2. I fenomeni migratori come costruzione sociale
Per la lettura dei processi migratori è necessario utilizzare uno schema teorico, basato sull'interazione fra tre livelli di costruzione sociale dei processi migratori: livello macro, in cui si può collocare l'influenza dei fattori politico-istituzionali e macro-economici; un livello intermedio, in cui agiscono le reti etniche, nonché le reti e agenzie sociali autoctone; un livello micro, in cui si situano decisioni e comportamenti individuali e familiari.
I rapporti tra i tre livelli vanno intesi in modo fluido e dinamico, secondo un'ottica interattiva.

Uno schema per l'analisi dei processi migratori (Ambrosini, 1999)
 
Dimensioni formali
Dimensioni informali
Livello macro
> leggi sull'immigrazione: sistemi delle quote, disposizioni per l'accoglienza rifugiati, ecc.
> accordi formali tra stati per i movimenti dei lavoratori
> disposizioni relative all'accesso alla cittadinanza
> diritti e politiche sociali per gli immigrati
> impatto dei differenziali di reddito tra paesi di origine e di approdo
> domanda non esplicita di lavoro immigrato
> permeabilità di fatto di alcune frontiere
> influenza della comunicazione di massa
Livello intermedio
> norme sui ricongiungimenti familiari
> forme di sponsorship
> formazione di minoranze organizzate e dotate di istituzioni riconosciute
> servizi formali per gli immigrati
> formazione di reti informali di mutuo aiuto
> specializzazioni etniche
> catene migratorie
> istituzioni facilitatrici
> reti di sostegno autoctone
Livello micro
> attivazione di procedure legali per l'emigrazione
> rimesse inviate mediante canali istituzionali
> decisioni (individuali e familiari) di emigrazione
> rimesse inviate attraverso canali informali
> attivazione di meccanismi di richiamo
 
3. Logica meticcia
La ragione etnologica
La visione dell'umanità come costituita da etnie isolate è il risultato di una serie di operazioni intellettuali. Amselle ha definito con il termine "ragione etnologica" questo lavoro sistematico di costruzione di oggetti come le società, le culture e le etnie, prodotto da una prospettiva "discontinuista".
 
La prospettiva discontinuista e il relativismo culturale
Gli antropologi hanno selezionato dati e prodotto tipologie atte a rendere conto della differenza socioculturale nei gruppi sociali, ma, secondo l'autore, hanno creato diversità dove esistono solo delle continuità e delle sfumature. Questa "ragione etnologica" viene individuata come la responsabile delle grandi dicotomie che la riflessione antropologica occidentale ha postulato tra "noi" e gli "altri". Soprattutto ha finito per costruire uno strumento di dominio, consentendo di controllare scientificamente l'"altro" e,al contempo, di dominarlo politicamente.
Prendiamo ad esempio il caso del razzismo. Questo imputa la diversità culturale ad un elemento naturale, connotando la differenza in maniera negativa e rinviandola ad un elemento generico-razziale ritenuto indicativo di inferiorità.
Se il razzismo classico proponeva una visione dell'umanità a comparti gerarchizzati chiamati "razze", la sua riedizione moderna si alimenta di un relativismo culturale estremo, che fa delle culture umane degli universi assolutamente distinti e incomunicanti.
(Fabietti, 1995)

Questo nuovo razzismo, chiamato "razzismo differenzialista" da Taguieff e altri, oppure indicato con l'espressione "differenzialismo culturale" da Gallisot (1), sottolinea ed enfatizza la differenza fra culture e quindi l'incomunicabilità tra quest'ultime.
Il discorso differenzialista è entrato nel dibattito politico, nel linguaggio dei mass media, nel linguaggio degli intellettuali (2) e persino nell'ambito educativo (3).

Le nozioni di società, cultura, etnia e quelle ad esse correlate sono costrutti culturali, mediante i quali un gruppo produce una definizione del sé e/o dell'altro collettivi; essi sono quindi prodotto di circostanze storiche, sociali e politiche determinate, ma per quanto si sia portati a considerare la storia dell'umanità come fatta di distanze temporali e spaziali incolmabili, le culture e le società umane sono in realtà interconnesse.
 
La logica meticcia
È importante ribaltare questa prospettiva e decostruire le nozioni di etnia, società e cultura, attraverso una critica epistemologica. In questo senso Amselle propone di sostituire alla ragione etnologica, una "logica meticcia": una prospettiva che non faccia della distinzione il punto di partenza della riflessione sulla differenza, ma operi attraverso una decostruzione e ricostruzione critica degli oggetti di riflessione, attingendo al relativismo culturale come sfondo del discorso antropologico
(Fabietti, 1995 e Amselle, 1990; De Martino, 1977; E. Gellner, 1985)
 
4. Cultura e identità come processo
Tutte le società sono dinamiche in un duplice senso: "dinamiche del di dentro", intendendo con questo termine tutti i cambiamenti intrinseci, e "dinamiche del di fuori", quelle influenze prodotte dalla presenza di altre culture.
Inoltre la definizione stessa di una "cultura X" e' il risultato di un rapporto di forza, in cui il gruppo dominante ha il potere di assegnare agli altri il proprio posto nel sistema complessivo da lui controllato.
Spesso ci si riferisce al concetto di identità come a una struttura con cui gli individui o i gruppi si identificano; in realtà si tratta di un processo attraverso cui soggetti e collettività cercano di volta in volta di definirsi. (Melucci, 2000; Balandier, 1971; Amselle, 1999; Fabietti, 1995)
 
5. Reciprocità
La funzione specchio
Sayad parla di "funzione specchio" dell'immigrazione, cioè "dell'occasione privilegiata che essa costituisce per rendere palese ciò che é latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di "innocenza" o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l'effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell'inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell'ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale".
(Sayad, 1996)
 
Uno sforzo reciproco
"Quando uno straniero giunge in un determinato ambito, produce al suo interno un processo di disorganizzazione non solo culturale ma anche spaziale. Questa intrusione determina una collisione tra spazi differenti che costringe chi vive l'esperienza della migrazione (colui che migra da una parte, l'autoctono dall'altra) a impegnarsi nella riorganizzazione e rimisurazione dei rispettivi ambiti, e nella ridefinizione dei propri limiti rispetto all'altro. L'uno cercherà di trovare "il proprio posto" all'interno della nuova comunità, tentando di marcarlo con i propri elementi, l'altro proverà a difendere quello che ritiene essere un proprio possesso, quasi sempre rinforzando i propri confini".
Quando si indagano i processi di interazione, non bisogna dimenticare che "non è solo il migrante ad avere necessità di una soglia di transizione; anche chi lo riceve ha bisogno di tempo per trovare quello spazio potenziale dove provare a rendere possibile l'incontro con l'altro".
(Zanini, Significati del confine, Mondadori, Milano, 1997, p.70 e p.72-73)
 
(1) - Gallisot, "Il Pluralismo culturale in Europa: Identità nazionali e identità europea. Dall'intellettuale "meticcio" al mètissage culturale di massa", in Gallisot, Rivera (a cura di), Pluralismo culturale in Europa, Dedalo, Bari, 1995, p. 22
(2) - Campioni, Faso "L'intolleranza dei colti", in Pugliese (a cura di), Razzisti e solidali. L'immigrazione e le radici sociali dell'intolleranza, Ediesse, Roma, 1993, pp. 114 - 137
(3) - "Molta parte dei lavori (ricerche, conferenza, dibattiti) e delle sperimentazioni didattiche sul tema dell'interculturalità insistono sulle differenze culturali e sulla necessità della loro valorizzazione, il nome del "diritto alla differenza" e del "rispetto dell'altro"". (Silva, "Differenze culturali come "invenzioni" nelle odierne società europee", in La Critica Sociologica, n. 124, Inverno 1997 - 1998, p. 3).