UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PADOVA

FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

 

 

 

 

CORSO DI PERFEZIONAMENTO

“MASTER IN STUDI INTERCULTURALI”

 

ANNO ACCADEMICO 2001/2002

 

 

 

 

 

 

TESINA DI APPROFONDIMENTO

 

FAMIGLIE STRANIERE E SCUOLA

PROBLEMATICHE, MEDIAZIONE CULTURALE E STRUMENTI

 

 

NADA CHARARA

charara@inwind.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDICE:

1.    Quadro di riferimento: alunni stranieri nel Comune di Bergamo e provincia

a.     I numeri

b.     Le scuole si organizzano

c.     Gli Sportelli-Scuola

d.     Un nodo da sciogliere: Il rapporto scuola-famiglie straniere

2.    Le famiglie immigrate

a.     Il contesto socio-culturale

b.     Tra genitori e figli

c.     Gli alunni stranieri nel nuovo mondo

3.    Le difficoltà relazionali con la scuola

a.     Insegnanti e genitori a confronto

4.    Mediazione culturale

a.     Il ruolo del mediatore culturale

b.     Alcune esperienze

c.     Azioni pratiche

5.    Uno sguardo in Europa e all’estero

6.    Uno strumento di comunicazione

7.    Allegati

8.    Bibliografia

 

 

 

1. Quadro di riferimento: gli alunni stranieri nel Comune di Bergamo e provincia

 

a. I numeri:

Una recente indagine condotta dalla Fondazione Cariplo Ismu (Bibl.1), in collaborazione con la Provincia di Bergamo, ha rilevato la presenza degli alunni stranieri nelle scuole di Bergamo e della provincia, relativamente all’anno 1999/2000.

Su un totale di 673 scuole che hanno risposto al questionario, Bergamo si trova al sesto posto in Lombardia per percentuale di scuole con alunni non-italiani. Dal 1996, si evidenzia un incremento dall’1,8 al 3,7 % degli alunni non-italiani sul totale della popolazione scolastica, confermando così il carattere ormai stabile della presenza straniera nel territorio [All.1].

Il 66 % è costituito da alunni integralmente non-italiani, il 30,4 % sono figli di coppia mista (nella provincia di Bergamo i matrimoni misti contano 869 casi di padri italiani e madri straniere e 335 casi di madri italiane con padri stranieri) e il 3,6 % sono nomadi [All.2].

Gli alunni stranieri si concentrano nelle scuole elementari (46,3 %), seguite dalle scuole medie (23,7 %), dalle scuole materne (18 %) e dalle superiori [12 %].

Le nazionalità maggiormente presenti sono: al primo posto il Marocco seguito dall’Albania, dagli stati dell’ex-Jugoslavia e dal Senegal [All.3].

Il 95,7 % degli alunni non-italiani frequentano la scuola regolarmente, solo il 3,3 % lo ha fatto saltuariamente mentre il restante 1,1 % si è ritirato durante l’anno.

 

b. Le scuole si organizzano:

La stessa indagine ha rilevato che le scuole della provincia di Bergamo hanno reagito molto positivamente attivando progetti di accoglienza per l’integrazione degli alunni stranieri e di educazione interculturale.

Il 69,9 % delle scuole interpellate dichiara di aver modificato, parzialmente o totalmente, i contenuti disciplinari per adeguarli ad un’ottica interculturale.

Il 60,1 % dichiara di promuovere iniziative volte a sensibilizzare gli alunni e le famiglie sui temi legati all’educazione interculturale, indipendentemente dalla presenza di alunni stranieri [All.4].

Il 44,2 % ha creato commissioni volte a favorire il dialogo interculturale e ha attuato momenti di riflessione e analisi sulla normativa [All.5].

Inoltre, le scuole tendono a studiare metodi e strategie per attuare fasi di accoglienza ed inserimento (47,3 %), incontri con le famiglie (49,4 %) e attività di recupero (49,4 %) [All.6].

 

c. Gli Sportelli-scuola:

In data 09/10/2000, il Provveditorato agli Studi di Bergamo istituiva il servizio “sportello-scuola” per l’integrazione degli alunni stranieri e per l’educazione interculturale (Bibl.2 e 3) in 6 sedi: Bergamo, Ponte Nossa, Ponte San Pietro, Chiuduno, Costa Volpino e Verdellino-Caravaggio coprendo le esigenze di tutte le valli bergamasche e della bassa bergamasca.

Hanno come obiettivi:

-                    informare sull’integrazione dei minori stranieri

-                    fornire materiali per interventi di alfabetizzazione

-                    coordinare e costituire reti tra le varie agenzie pubbliche e/o del privato sociale presenti sul territorio

-                    attivare e promuovere interventi di formazione dei docenti sulla didattica interculturale

-                    costruire centri di documentazione e biblioteche-archivio

-                    coordinare le Funzioni Obiettivo e/o insegnanti referenti

-                    collaborare con i Centri di Educazione per Adulti, con l’Unità Operativa Interculturalità dell’Asl,  i servizi sociali, le associazioni e gli enti locali.

 

Questi sportelli sono coordinati a livello provinciale con una cadenza mensile, sono dotati di operatori a tempo pieno o parziale e sono finanziati da fondi interni alle scuole od esterni fra cui i fondi di: Legge 40/98, Legge 285/97, Legge regionale 31/80, Fondo Sociale Europeo, Comunità Montane, ecc…

 

d. Un nodo da sciogliere: il rapporto scuola-famiglie straniere

I diversi bisogni degli alunni stranieri e delle loro famiglie hanno quindi messo in moto un processo di ripensamento dell’intera attività scolastica, adattandola il più possibile alle nuove esigenze della società multiculturale. Gli insegnanti si sono messi in gioco come persone aperte al cambiamento in un atteggiamento costante di ricerca (Bibl.4).

Tuttavia si evidenziano ancora diverse difficoltà nel dare risposte adeguate a domande e bisogni di culture diverse evitando nel contempo di imporre la cultura dominante.

La mia modesta esperienza maturata come mediatrice culturale, da oltre due anni al servizio di varie agenzie socio-sanitarie ed  educative del territorio bergamasco (ospedali, scuole, servizi sociali, istituzioni) mi porta a pensare che la comunicazione tra le famiglie straniere e gli operatori sociali sia spesso intralciata da malintesi che portano alla non-comunicazione.

Questo fenomeno è ancora più evidente nel rapporto tra le famiglie straniere e la scuola, che ha tra i suoi pilastri la relazione scuola-genitori. Molti insegnanti si lamentano del rapporto difficoltoso e dell’assenza delle famiglie oppure della loro scarsa partecipazione ed interesse, e ciò non è sempre imputabile alle difficoltà linguistiche ma alla difficoltà di individuare un adeguato modello relazionale. Infatti, mancano gli elementi per poter affrontare il dialogo e lo scambio con le famiglie straniere (Bibl.5).

 

 

 

2. Le famiglie immigrate

 

a. Il contesto socio-culturale:

Per capire la relazione scuola-famiglie straniere, non si possono sottovalutare i vari fattori che si intrecciano e che possono essere di natura socio-economica, culturale, psicologica, affettiva ma anche pratica e non si possono nemmeno adottare criteri comuni e generalizzati.

Per quanto riguarda gli alunni, la situazione cambia a seconda se sono nati, socializzati e scolarizzati nel paese d’origine oppure nati nel paese d’origine ma scolarizzati in Italia, se sono nati da genitori entrambi stranieri oppure da matrimoni misti (Bibl.6).

Per quanto riguarda la famiglia, bisogna conoscere il quadro specifico di ognuna di loro, ovvero:

-                    l’ambiente familiare e la provenienza specifica del nucleo (capitale, città, campagna o zone rurali)

-                    il contesto socio-economico-giuridico in Italia che fa vivere l’immigrato extracomunitario, anche se possiede competenze e qualificazioni, in un stato di provvisorietà in quanto poche sono le possibilità di promozione professionale e di negoziazione del proprio status ; la situazione abitativa è generalmente precaria e la difficoltà di comunicare in Italiano rende tutto più difficoltoso

-                    il progetto migratorio dei genitori, che sono costantemente oscillanti fra la stabilizzazione e la nostalgia del ritorno (Bibl.7).

 

I genitori sono solitamente disinformati sul sistema scolastico e sulle strutture educative ed assistenziali ;  il sistema educativo che conoscono è diverso per non dire che ha concetti e valori diversi ;  spesso hanno avuto loro stessi una bassa scolarizzazione o sono addirittura analfabeti (soprattutto quando provvengono da zone rurali). Tutto ciò rende estremamente difficile la loro partecipazione attiva alla formazione dei figli e nel contempo i loro atteggiamenti sono incomprensibili  per gli insegnanti (Bibl.8).

 

b. Tra genitori e figli:

La coppia immigrata ha lasciato alle sue spalle tutti i legami affettivi e deve inserirsi in un nuovo ambiente, di cui ignora le modalità organizzative, conservando il più possibile la propria tradizione, lingua ed identità.

Quando si inserisce il primo figlio a scuola, è un’esperienza di “apprendistato” per tutta la famiglia e diventa di capitale importanza per la scolarizzazione dei successivi figli.

I genitori, persino quelli analfabeti, tengono enormemente al successo scolastico dei propri figli ma temono, nello stesso tempo, che la nuova realtà vada ad occultare i loro valori e tradizioni.

I figli invece sono spinti al cambiamento e alla socializzazione con i coetanei, acquisiscono nuovi comportamenti, pensieri, valori e significati e si trovano presto in conflitto con la propria famiglia che si sente man mano destrutturare.

A tutto questo si aggiunge il conflitto generazionale che aggrava la relazione provocando tensioni e malintesi all’interno del nucleo. Studi sulla situazione francese (Bibl.9) rivelano che i genitori maghrebini, ad esempio, non parlando bene la lingua del paese accogliente e neanche la lingua del paese d’origine, l’arabo letterario lingua ufficiale comune a tutti i paesi arabi, perdono così, agli occhi dei figli, il rispetto che di solito si ha verso le persone anziane che detengono il “sapere”. Non viene in aiuto la posizione sociale del padre che svolge solo lavori umili e svalorizzanti offerti dal mercato.

Occorre quindi tener conto dell’esigenza vitale della famiglia di mantenere una coerenza coi propri modelli di riferimento identitario per non arrivare, alla lunga, alla loro delegittimazione sociale.

 

c. Gli alunni stranieri nel nuovo mondo:

Nei primi tre o quattro mesi, gli alunni extracomunitari “se ne stanno chiusi in se stessi, come staccati da tutto: devono imparare a conoscere la nuova scuola, le regole, la disciplina, devono imparare l’italiano per comunicare e giocare cogli altri ma anche per esprimere idee, concetti,  astrazioni” (Bibl.10). L’alunno si trova sul confine fra 2 mondi e, quando è stato scolarizzato nel paese d’origine, deve ripensare il suo ritmo di lavoro e riorganizzarsi per adattarsi rapidamento al nuovo sistema imparando a gestire in modo rigoroso il tempo e lo spazio ed è molto più impegnativo rispetto al modello conosciuto. Ecco perché, le insegnanti rilevano, in alcuni, una irrequietezza, una voglia di muoversi nell’aula, non stare mai seduti e questo si ripresenta ogni volta che il bambino trascorre un periodo di vacanza più o meno lungo nel paese d’origine.

 

 

 

3. Le difficoltà relazionali con la scuola

 

a. Insegnanti e genitori a confronto:

Dalle varie ricerche ed interviste condotte su questo tema, soprattutto nella vicina Francia (Bibl.11), emergono difficoltà quotidiane che ho riscontrato anche nella mia esperienza lavorativa e nell’esperienza di altri colleghi. Gli esempi che seguono non sono, ovviamente, necessariamente comuni a tutte le famiglie straniere ma rappresentano un campione delle questioni più ricorrenti:

 

Insegnanti 

Genitori

I genitori sono assenti e non partecipano alle assemblee di classe e ai colloqui individuali…, non seguono i figli a casa nei compiti e nelle esercitazioni alla lettura ed alla scrittura, di vitale importanza nelle prime fasi di alfabetizzazione.

I ritmi lavorativi non permettono al genitore (di solito il padre che ha più dimestichezza con la lingua italiana) di seguire il figlio correttamente (controllare gli avvisi, i compiti, ….) Sono coscienti del loro modesto livello scolastico e che non sono in grado di sostenere i figli a casa.

 

Insegnanti 

Genitori

A casa parlano la lingua d’origine e guardano le loro televisioni satellitari, ciò non aiuta l’apprendimento della lingua italiana.

Temono che i figli s’allontanino dai loro valori  tradizionali. Le televisioni satellitari sono un modo per rimanere in contatto con le loro tradizioni religiose (orari preghiere, inizio Ramadan, ricorrenze festività,…che seguono il calendario lunare e quindi difficilmente memorizzabili).

 

Insegnanti 

Genitori

Il materiale richiesto non è completo

Non riescono a capire gli avvisi, le comunicazioni sul diario, le circolari, i libri e la pagella, per via del linguaggio assai tecnico e non pratico.

 

 

Insegnanti 

Genitori

Si assenta spesso, a volte sempre lo stesso giorno (esempio sabato mattina) oppure arriva tardi al mattino o prolunga le vacanze estive. Per questi ritardi e assenze  non portano giustificazioni scritte.

 

Le abitudini e le feste tradizionali e religiose non corrispondono al calendario scolastico italiano e non sono ancora abbastanza informati sulle modalità di giustificazione anticipata delle assenze.

 

Insegnanti 

Genitori

Evidente stanchezza durante la giornata e attacchi di sonno ; Si sottolineano anche le  incombenze domestiche che cadono sulle figlie adolescenti rendendole molto provate fisicamente.

Spesso sono famiglie numerose e quindi la figlia maggiore ha una parte attiva nelle faccende domestiche, preparazione del pane (quotidianamente), cura igienica dei fratellini, ecc. Vengono responsabilizzate fin dalla tenera età le figlie e anche i maschi di una certa età.

Durante il mese di Ramadan, gli alunni musulmani sono abbastanza stanchi perché i loro ritmi sono sfalsati dalle abitudini legate a questa ricorrenza religiosa molto importante.

 

Insegnanti 

Genitori

L’alunno è chiuso, non gioca con gli altri, ha uno sguardo impaurito o al contrario non sta mai fermo, disturba e rallenta il normale andamento delle attività didattiche oppure reagisce male alle sollecitazioni dei compagni, a volte con violenza.

All’inizio è normale che il figlio sia timido, man mano comincia a conoscere i compagni e, secondo i genitori, i figli imparano a diffendersi contro gli scherzi, oppure le ingiurie pregiudiziali e i maltrattamenti dei compagni.

 

 

Insegnanti 

Genitori

L’alunno ha grosse difficoltà e bisogna sottoporlo a visita psicologica, ma come comunicare chiaramente questa necessità ai genitori e chiedere il loro consenso?

Le famiglie immigrate provenienti dalle capitali e dalle grandi città riescono a capire l’importanza del problema e l’utilità di una consulenza psicologica, ma nelle zone rurali lo psicologo è ancora visto come il medico “dei matti” e, di solito, i genitori ritengono che il loro figlio non ne abbia bisogno.

 

 

Insegnanti 

Genitori

Spesso la scuola materna non è frequentata.

Non si riesce a delineare chiaramente il percorso scolastico nel paese d’origine e non si conoscono le competenze acquisite.

L’obbligo scolastico,  soprattutto per gli adolescenti che hanno terminato il ciclo della scuola media inferiore, non viene considerato.

L’importanza dell’orientamento nelle scelte degli indirizzi scolastici ed il ruolo degli insegnanti non viene percepita.

 

La scuola italiana è indecifrabile, non conoscono i loro diritti e doveri e neanche il sistema scolastico per potersi orientare e rispondare adeguatamente alle aspettative.

I genitori stranieri non sono generalmente in possesso di certificazione attestante il percorso scolastico precedente, e comunque non sono in grado d’informare sul sistema scolastico del paese d’origine per permettere agli insegnanti di inquadrare la situazione.

La scuola materna non è stata frequentata dai genitori né come alunni nè come genitori prima d’ora. In Marocco, ad esempio, l’obbligo scolastico “formalmente” inizia a 7 anni e prima, di solito, il bambino è considerato un bébé che non va lasciato in custodia ad altri al di fuori della madre. Inoltre,  nell’immigrazione, i genitori preferiscono accertarsi che impari prima la lingua materna e poi, a scuola, la seconda lingua per non rischiare di non saper comunicare con i parenti in patria.

Inoltre non si conosce l’importanza dei giochi educativi, occasione per socializzare ed acquisire le competenze  che preparano alla scuola elementare.

 

Insegnanti 

Genitori

L’autorità genitoriale è difficile da capire e, spesso si traduce in violenza fisica.

 

La violenza è vista, a volte, come l’unico metodo educativo per insegnare ai figli il rispetto. E sarebbe normale che anche gli insegnanti usassero lo stesso metodo per assicurare la disciplina.

 

Insegnanti 

Genitori

Non partecipano alle attività extrascolastiche, gite, nuoto e persino le lezioni di musica ed educazione fisica non sono gradite, peggio ancora il corso di educazione sessuale (per quest’ultimo è richiesta l’autorizzazione dei genitori).

Queste attività nascondono vari dubbi e paure:

le difficoltà finanziarie non permettono di far partecipare il figlio (spesso più di un figlio) a tutte le attività (bisognerebbe spiegare che a questo problema le scuole riescono solitamente a far fronte con soluzioni interne), la gita inoltre è considerata più una vacanza e non un’attività didattica vera e propria.

I genitori musulmani temono che durante la gita non siano rispettati i divieti alimentari (non mangiare il maiale ecc.) contrariamente alla mensa scolastica che comincia ad essere accettata per via dei menu differenziati.

Temono che le loro figlie, giunte alla pubertà, siano a contatto con i maschi soprattutto se devono passare una o più notti fuori casa. E’ l’onore della famiglia che è in questione.

Per educazione fisica e nuoto, il problema è ancora il contatto con i maschi (come sui banchi in aula) e soprattutto per il tipo di abbigliamento non accettato dalle tradizioni anche religiose. La tuta di  ginnastica non è, ad esempio, accettata dalle famiglie pakistane che mandano le figlie a scuola con l’abito tradizionale per non parlare del costume da bagno rifiutato dalla maggioranza delle famiglie musulmane.

Temono che le figlie s’allontanino dai loro valori  tradizionali. Se accettano di mandarle in gita ed in piscina quando sono piccole, non potranno più rifiutarlo quando le ragazze saranno cresciute.

 

Insegnanti 

Genitori

Alcune barriere di carattere igienico (di solito lamentano la “puzza” legata alle spezie utilizzate oppure l’aglio ma anche problemi di non-cura personale) che fanno allontanare i compagni

Le condizioni abitative determinano spesso queste situazioni in cui famiglie numerose vivono in ambienti piccoli e trascorrono la maggior parte del tempo in cucina (comunque bisognerebbe utilizzare canali “delicati” di informazione e formazione per queste tematiche).

 

I genitori quindi non hanno riferimenti precedenti per confrontare e delineare con precisione le nuove richieste della nuova società. Questo richiede un lungo lavoro di informazione e sensibilizzazione con modalità idonee per dare loro la possibilità di conoscere  e di capire.

Una buona collaborazione tra insegnanti e genitori, la condivisione di responsabilità e di obiettivi comuni, contribuisce indubbiamente al benessere dell’alunno, migliora il suo rendimento scolastico e ne beneficia anche l’intero gruppo-classe. Diventa inoltre più motivato e non si sente più obbligato a scegliere fra due modelli di vita diversi e spesso inconciliabili (Bibl.12).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[Quando ho scritto sulla mia porta: “lasciate fuori le tradizioni, prima di entrare”, neanche un’anima ha osato venirmi a visitare o aprire la porta.]

 

“Massime spirituali” Gibran khalil Gibran

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. La mediazione culturale

 

La mediazione culturale risulta essere una delle risorse indubbiamente utili  ed efficaci per chiarire i malintesi, sciogliere i nodi, superare gli ostacoli e prevenire le difficoltà  quotidiane che si frappongono alla relazione e all’incontro nei due sensi.

 

a. Il ruolo del mediatore culturale:

Il mediatore culturale, non è solo un traduttore ed interprete di comunicazioni, avvisi, modulistica, regolamenti…anzi, al di là del rispetto della deontologia professionale, il mediatore è spesso chiamato a non fare una traduzione fedele delle parole di partenza, onde evitare confusione ma soprattutto gravi fraintendimenti (Bibl.13).

Il mediatore culturale è perciò colui che sa utilizzare un linguaggio adeguato, un modo di dire e fare per poter mettere i genitori a loro agio e, ad esempio, suscitare in loro la voglia di partecipare all’incontro con gli insegnanti.

Infatti, non basta invitare il genitore al colloquio ma è soprattutto il modo di invitarlo che conta, il modo di guidare la discussione e di presentare le problematiche, il modo di esprimersi rispettando i rituali di presentazione e la tecnica di rendere più “dolci” le comunicazioni. Il mediatore culturale sta attento al linguaggio verbale e non verbale e alle modalità paralinguistiche degli interlocutori, coglie i bisogni impliciti ed espliciti, contiene i timori, le ansie, il disorientamento. Raccoglie la fiducia di entrambi i partners ed instaura un dialogo sereno costruttivo ed equo, dove il genitore trova un suo giusto collocamento in una posizione di parità e diventa quindi disponibile ad adottare una linea di condotta condivisa con l’insegnante.

Al mediatore culturale vengono chiesti, nell’ambito scolastico, compiti variopinti che vanno dalla prima accoglienza dell’alunno straniero, compresa la parte amministrativa, all’accompagnamento e orientamento nella scuola, alla collaborazione con l’insegnante nell’apprendimento della L2, alla valorizzazione della lingua e della cultura d’origine, alla testimonianza autobiografica della migrazione,  all’assorbimento degli choc culturali, alla gestione di conflitti ed incidenti interculturali e alla negoziazione di compromessi (Bibl.14). Si rischia persino, qualche volta, di delegare troppo al mediatore di fronte all’emergenza e alle difficoltà più importanti.

 

b. Alcune esperienze:

Una ragazza africana musulmana non partecipava alle gite scolastiche e non avrebbe partecipato nemmeno al corso di nuoto. Sembrava, all’inizio, che il problema fosse solo economico ma i colloqui con il padre e l’insegnante hanno chiarito le vere paure del padre.

Spiegando l’importanza didattica e di socializzazione delle gite scolastiche, abbiamo ottenuto da parte del padre una maggior disponibilità per le uscite di una giornata. Tuttavia, per le uscite di più giorni, nonostante le ampie rassicurazioni sul fatto che i maschi sarebbero stati separati dalle femmine e che i docenti avrebbero vigilato severamente, c’era ancora molta resistenza, in quanto la situazione sarebbe sfuggita al controllo del padre, che oltre tutto non aveva raccolto il consenso delle “zie” materne della ragazza. Abbiamo quindi deciso di affrontare la questione gradualmente e rimandarla ad un’occasione successiva.

Per quanto riguarda il corso di nuoto, l’ostacolo era il costume da bagno, come anche il costo di tutti gli accessori. Dopo lunghe negoziazioni, siamo arrivati ad un compromesso con il padre che ha acconsentito ad una tenuta alternativa (bermuda e maglietta). Per la parte economica, abbiamo fatto presente che la scuola poteva contribuire con una quota tramite canali interni. La ragazza era molto soddisfatta del corso anche se con tenuta non conforme e con questa soluzione abbiamo potuto benissimo raggiungere gli obiettivi, cioè beneficiare delle qualità di quest’attività sportiva ed evitare l’isolamento della ragazza dal resto dei compagni durante l’attività.

La disponibilità dell’insegnante referente  a rimettere in discussione i propri modelli ha portato ad un dialogo costruttivo e ha favorito il benessere della ragazza all’interno del gruppo-classe. Il padre, dal canto suo, ha potuto capire i vari meccanismi e trovare una giusta via per vivere una relazione serena sia con la scuola che con la figlia.

Il problema dell’abbigliamento è stato trattato anche con le tute di ginnastica, non gradite da alcuni genitori di ragazze pakistane. Essendo l’educazione fisica una significativa opportunità di formazione nel sistema educativo italiano, sono state attivate delle negoziazioni che hanno portato l’insegnante ad acconsentire alla partecipazione delle ragazze alle lezioni con l’abito tradizionale (un vestito abbastanza lungo con sotto i pantaloni) ed il genitore a garantire la frequenza del corso.

Un altro tema “scottante” è il metodo educativo di alcuni genitori che si traduce in punizioni fisiche. Quando gli insegnanti fanno presente al genitore il comportamento del figlio, che non rispetta le regole di convivenza a scuola, quest’ultimo torna a casa e scaglia la propria ira contro il figlio, metodo considerato “normale” per alcune culture. Il problema si presenta quando questa violenza diventa eccessiva. Una madre marocchina, ad esempio, ha dovuto nascondere la situazione del figlio al padre per oltre un anno e aveva addirittura detto alle insegnanti che il marito lavorava fuori città e rientrava solo al sabato per evitare un loro faccia a faccia. La sua intenzione era ovviamente di diffendere il figlio che, purtroppo, era diventato sempre più violento con i compagni e non rispettava minimamente i richiami delle insegnanti. Sono stati organizzati dei colloqui con la madre, poi con i genitori a casa ed altri ancora con il padre a scuola con tutta l’équipe educativa, assistenti sociali, psicologo e figure del territorio. Col tempo si è instaurato un buon dialogo con il padre, arrivando all’intesa di inserire la figura dell’educatore professionale ed ottenendo regolari colloqui con l’assistente sociale e gli insegnanti, in una modalità che tiene conto dei ritmi di elaborazione degli eventi dei genitori immigrati, senza quindi dover procedere subito all’intervento diretto dello psicologo.

 

c. Azioni pratiche :

Vediamo ora alcune delle azioni “pratiche” attuabili con il mediatore culturale:

·       Organizzare incontri individuali con i genitori per fare il punto della situazione scolastica dei propri figli, mettere in luce le problematiche, trovare una linea comune da seguire e, quando serve, stabilire un “contratto morale” con l’alunno stesso. Ovviamente incontri periodici sono necessari per monitorare la situazione. Inoltre questi incontri individuali possono fare chiarezza sulla situazione familiare, usi e costumi della famiglia stessa e poter intervenire su eventuali questioni non necessariamente scolastiche.

·       Organizzare riunioni collettive informative che coinvolgono tutta l’équipe educativa (preside, insegnanti, psicopedagogisti, rappresentanti sociali, educatori assistenti, ecc…) e i genitori stranieri su alcune tematiche importanti per il normale svolgimento della vita scolastica. I dibattiti aperti, successivi alla presentazione, mettono allo scoperto, fin dall’inizio dell’anno scolastico, i punti di vista divergenti e permettono di conoscere e capire meglio i partners educativi. Questi incontri possono affrontare le questioni della mensa scolastica, del corso di nuoto, delle gite scolastiche, dell’orientamento… possono anche essere un’occasione per “mostrare” tutto il materiale che occorre per gli alunni, il diario e studiare la modalità più adeguata per mantenere il contatto con la casa…. Si possono utilizzare supporti audio-visivi come videocassette o tabelloni in lingua d’origine, brochures bilingue per testimoniare alcune attività che risultano difficili da considerare da parte dei genitori migranti. Si potrebbero anche includere informazioni documentate da supporti audiovisivi sulle risorse e i servizi presenti sul territorio (biblioteche, spazi compiti, ludoteche, spazi gioco, centri estivi…).

·       Promuovere ed organizzare corsi di lingua e cultura di origine, sicuramente graditi dai genitori che si preoccupano della non-padronanza della lingua da loro trasmessa oralmente ai figli, tenendo presente che potrà diventare un’importante risorsa per il loro futuro anche lavorativo.

·       Organizzare corsi di alfabetizzazione per le madri soprattutto quelle con bambini in età prescolare che non dispongono di persone di fiducia alle quali affidare i propri figli. Si gettano così le basi per una buona collaborazione futura con le strutture educative. Generalmente, le madri non frequentano i normali corsi di L2 per adulti per la prevalente componente maschile.

·       Organizzare attività con donne italiane (cucina, piccola sartoria, piccole attivà artigianali …) che, come i corsi sopra-citati, possono diventare luoghi di aggregazione ed aiutare alla nascita di azioni di mutuo-aiuto e di vicinato solidale, oltre ad essere occasione per rendere protagoniste le donne straniere, valorizzare la loro cultura e acquistare visibilità nel territorio.

·       Organizzare spazi-compiti chiedendo la collaborazione dei padri per assicurare la disciplina, in un orario possibile o a turnazione visto l’impegno lavorativo fuori casa, per dare loro la possibilità di essere coinvolti personalmente negli studi dei figli, valorizzarli e dare loro la possibilità di tessere relazioni e conoscenze con altri padri.

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Oltre a questo ruolo, è importante, per lo sviluppo di una cittadinanza interculturale, la partecipazione del mediatore nella progettazione dei servizi socio-assistenziali, educativi ed altri interventi pubblici sulla base delle nuove istanze poste dagli immigrati (Bibl.15).

E’ necessario quindi accogliere, come dice il sociologo Adel Jabbar (Bibl.16), l’idea di una trasformazione sociale e quindi anche dei servizi, della quale tutti, operatori sociali, immigrati ed altri, possano essere interpreti e progettisti, veri e propri “agenti di sviluppo” che attraversano i diversi contesti culturali  creando processi e percorsi di cambiamento. E’ necessario in ogni caso creare ed attivare strumenti di verifica e di ricognizione delle caratteristiche del territorio e dei bisogni dei diversi soggetti che ne fanno parte e lo trasformano.

 

 

 

5. Uno sguardo all’Europa e all’estero

 

Il mediatore dovrebbe teoricamente, dopo lunghi percorsi, preparare la fine della sua opera, infatti, una volta creata la fiducia e allenati all’ascolto, famiglie straniere ed operatori dovranno imparare ad incontrarsi e a parlare anche autonomamente senza l’intervento della mediazione culturale. Ma come dimostra l’esperienza francese, giunta ormai alla terza generazione della popolazione immigrata, il bisogno di garantire l’intermediazione e la facilitazione della comunicazione ha continuato ad  essere presente e diffuso fino alla nascita formale, alcuni anni fa,  della professione di mediatore(Bibl.17).